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Sostenibilità: “cibo o combustibile”, questo è il problema

Data di aggiornamento: 10-08-2010
In un contesto in cui i combustibili fossili dominano ancora largamente (97-98%) la domanda di energia dei trasporti, responsabili da soli del 53,2% dei consumi petroliferi italiani, l’opzione dei biocarburanti resta ancora, nonostante le criticità emerse di recente, un’alternativa degna di grande attenzione.

Resta però la domanda: quali biocarburanti? Da un po’ di tempo è, infatti, emerso il problema della sostenibilità di coltivazioni intensive a fini energetici, che spesso comportano la distruzione di foreste (preziosi serbatoi di CO2), l’impoverimento dei terreni, o si pongono in competizione con il settore alimentare al quale sottraggono risorse.

Un tema di scottante attualità in quanto la direttiva europea sulle energie rinnovabili ha stabilito un obiettivo del 10% di combustibili nei trasporti al 2020 ottenuto da fonti alternative, in primo luogo proprio dai biocarburanti.

Per Vito Pignatelli, ricercatore Enea, una percentuale di questo livello di sostituzione di combustibili fossili non dovrebbe comportare rischi. “Percentuali maggiori – spiega – darebbero però luogo a problemi di natura tecnica e, soprattutto, rischierebbero di alimentare un possibile conflitto, efficacemente sintetizzato dalla domanda «cibo o combustibile?» per la destinazione finale dei terreni e dei prodotti agricoli”.

Qual è la soluzione? A fronte della richiesta di maggiori quantitativi di biocarburanti, per Pignatelli bisognerebbe puntare su nuovi tipi di filiere produttive cosiddette “di seconda generazione”. Si tratta dei biocarburanti basati su materie prime generalmente non utilizzabili a fini alimentari (quali materiali lignocellulosici, oli non commestibili, microalghe), meno impattanti di quelle utilizzate finora (colza, soia, girasole e palma da olio, mais, grano, barbabietola e canna da zucchero).

Così verrebbe soddisfatta la duplice esigenza “di ridurre i costi di produzione e di evitare una pericolosa competizione con le produzioni alimentari”. Non solo. La sfida è anche garantire “una maggiore efficienza” e la “riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, l’intero ciclo di vita della relativa filiera produttiva”.

“In Casaccia e nel centro della Trisaia in Basilicata - spiega Pignatelli - stiamo studiando i potenziali produttivi e l’adattabilità alle condizioni ambientali e climatiche del nostro Paese di colture non alimentari ricche di zuccheri, come il topinambur, per la produzione di biogas o bioetanolo, e di colture erbacee da biomassa, come ad esempio il miscanto, il panìco e il cardo. Sono inoltre state avviate ricerche sulle microalghe per la produzione di biolio (a sua volta trasformabile in biodiesel), biogas e, in prospettiva, bioidrogeno”.

Fonte: www.zeroemission.tv