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Giappone, a rischio anche l’export agroalimentare Made in Italy

Data di aggiornamento: 25-03-2011
Il Giappone è al centro dell’attenzione del mondo in questi giorni per il terremoto dello scorso 11 marzo e il successivo allarme atomico. Le conseguenze economiche della tragedia sono ancora lontane dall’essere esattamente valutate, ma appare chiaro che il sisma avrà delle forti conseguenze sul Pil nipponico e, dunque, anche sulla capacità di consumo dei suoi abitanti.

Anche l’export Made in Italy di prodotti agroalimentari, che negli scorsi anni aveva beneficiato di una congiuntura positiva (+3,9% nel 2009, anno clou della crisi), è destinato quindi a subire il contraccolpo dell’emergenza sociale e ambientale.

Attualmente, il Giappone si pone al nono posto tra le destinazioni del “food and drink” italiano. La composizione dell’export alimentare in Giappone vede il settore enologico al primo posto (21,4%). Seguono la trasformazione di ortaggi e frutta (19,9%), gli oli e grassi (16,4%), la pasta (16,2%), il lattiero-caseario (8,3%), le carni preparate (4,1%) ed il dolciario (3,2%).

Al contrario l’import alimentare dal Giappone, tanto temuto in questi giorni di allarme radioattivo, risulta estremamente modesto. Dal Giappone nel 2010 sono arrivati soprattutto fiori e piante per un importo di circa 3 milioni di euro, e quantità marginali di semi oleosi, bevande alcoliche, oli vegetali, prodotti dolciari, pesce e tè.

Lo segnala un’analisi della Coldiretti, secondo cui le importazioni alimentari dal Giappone hanno raggiunto nel 2010 i 13 milioni di euro (appena lo 0,03% dell’import agroalimentare totale nazionale) e non riguardano cibi a rischio radiazioni come la frutta.

Fonte: Il Sole 24 Ore