SERVIZI
Made in Italy, il caro petrolio colpisce la filiera agroalimentare
Data di aggiornamento: 25-03-2011
Il caro petrolio non risparmia l’agroalimentare italiano: l’aumento record del prezzo del gasolio destinato all’attività agricola provocherà infatti un aggravio di costi quantificabile in 200 milioni di euro su base annua per il settore. È quanto stima la Coldiretti, che evidenzia come oltre all’aumento dei costi per il movimento delle macchine come i trattori, in agricoltura il caro petrolio colpisca sopratutto le attività che utilizzano il carburante per il riscaldamento delle serre (fiori, ortaggi e funghi) o di locali come le stalle, ma anche l’essiccazione dei foraggi destinati all’alimentazione degli animali.
In particolare per le aziende specializzate nelle coltivazioni in serra Coldiretti chiede che sia annullata l’accisa sui carburanti destinati al riscaldamento, come già è avvenuto negli anni passati.
Il rincaro dei carburanti incide ovviamente anche sui costi di trasporto: questi ultimi pesano per un terzo sul totale dei costi logistici nell’agroalimentare, mentre l’insieme delle spese di gestione del magazzino (tra scorte, movimentazioni e “picking”, cioè lo smistamento parziale di merci) copre un altro terzo dei costi logistici.
“La continua crescita dei costi di trasporto e degli altri costi logistici - denuncia la Coldiretti - mette a rischio la competitività delle imprese Made in Italy e va affrontata con interventi strutturali in un Paese dove l’86% delle merci viaggia su strada”.
“In assenza di interventi tempestivi – continua la Coldiretti - il risultato è un ulteriore via libera alle importazioni soprattutto da paesi extracomunitari, favoriti da un clima più caldo, dove spesso si sfrutta la manodopera e si utilizzano di pratiche di coltivazione dannose per la salute e l’ambiente bandite dall’Ue. Ma a subire gli effetti del record nei prezzi del gasolio è l’intero sistema agroalimentare, dove i costi della logistica incidono dal 30 al 35% per frutta e verdura e assorbono in media un quarto del fatturato delle imprese agroalimentari”.
Le tensioni sul greggio potrebbero ulteriormente alimentare il rischio di una spirale inflazionistica sui beni di consumo finali che, come osservato da una recente analisi dell’Ufficio studi Confcommercio, potrebbe essere dietro l’angolo.
“Oggi questi incrementi ancora non si vedono o si vedono poco - si legge nello studio - poiché i prezzi della produzione interindustriale e quelli alla produzione in senso lato hanno cominciato a crescere con ritardo”. Ma ciò implica, continua lo studio, che “qualora dovessero continuare a crescere, andrebbero a impattare senz’altro sui prezzi al consumo dei prodotti appartenenti a questa filiera. Il caso dei cereali è un esempio che si può riscontrare anche in altri settori alimentari, come nell’area lattiero-caseario”.
Fonte: Il Sole 24 Ore












